Me lo ricordo perfettamente
Me lo ricordo perfettamente. Accompagnato da Saverio ero arrivato in via Savona, in un piccolo pub, di nome Minibar. Il locale era sempre frequentato da attori e artisti, trovandosi esattamente di fronte al Teatro Libero. Conoscevo quel pub. Anni prima avevo frequentato un corso di teatro, ma avevo deciso di abbandanare quando l’insegnante, durante una lezione dedicata all’improvvisazione mi aveva costretto a fare il pomodoro. Siccome non mi riusciva bene, siccome non ero in grado di cogliere la vera essenza del pomodoro, nonostante gonfiassi le guance, cercando di rievocarne le rotondità tipiche, l’insegnate mi aveva urlato, infastidita dalla mia incapacità, “più pomodoro, più pomodoro, perddio!”. Alla fine della lezione, mi aveva chiesto come mi era sembrato l’esercizio e io le avevo risposto, chiudendo gli occhi in modo solenne, “molto, molto interessante” ma nello stesso preciso momento stavo giurando a me stesso che non avrei mai più messo piedi in quel posto.
Ad ogni modo, tornando a quella sera al Minibar. Quando mi presentarono per la prima volta Alexander Dalcinovsky, vidi un uomo maturo, di età imprecisata, di tipo mediorientale, con una lunga barba e occhi penetranti, che mi scosse profondamente, perché sembrava completamente fuori posto in quell’atmosfera poco evoluta (era pieno di attori egocentrici e ubriachi). Il suo abbigliamento, la sua spessa giacca, il cappello afgano, la la lunga barba che sembrava quasi finta, l’aspetto ieratico e regale, producevano un affetto quasi imbarazzante, in quanto creavano un buco bizzarro in tutta quella normalità pseudo artistica.
Dalcinosvky parlava con un forte accento friuliano, cosa che accentuava ancor di più l’effetto straniante, essendo io abituato ad associare quell’accento a qualsiasi cosa, eccetto idee filosofiche e illuminanti.
Non ricordo con esattezza l’inizio della nostra conversazione. Credo avessimo parlato dell’India, di esoterismo, Yoga, simbolismo e, non ricordo per quale motivo, Hulk Hogan.
Era chiaro che Dalcinovsky aveva viaggiato molto, visto luoghi di cui avevo solo sentito parlare, perché per me irraggiungibili, luoghi cui solo pochi eletti avevano accesso. Non solo rispondeva senza esitazione ad ogni mia domanda, ma mi sembrava ci mettesse molto di più di quanto io chiedessi. Quando Saverio se ne andò, Dalcinovsky mi parlò del lavoro che stava svolgendo a Baggio, con un gruppo di persone, un lavoro di ordine psicologico ma nel quale la chimica aveva grande importanza. inizialmente pensai si riferisse a droghe allucinogene, ma non potevo essere più lontano. Si riferiva a processi alchiemici, di trasformazione del sé tramite esercizi corporei e mentali.


